Evoluzione del commercio con l’estero per aree e settori – sintesi del Rapporto ICE, prometeia

Dopo anni in cui il processo d’integrazione globale era parso ineso- rabile e aveva tenuto circoscritti i rischi legati alle spinte protezio- nistiche, il 2019 sembra recepire in maniera più diretta le tensioni dello scenario. L’aggravarsi della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il perdurare del ciclo negativo dell’automotive, oltre che le dif- ficoltà di alcuni mercati specifici (paesi dell’America Latina, Turchia, Iran in particolare) stanno penalizzando il clima di fiducia globale, che rimane, al netto degli alti e bassi della congiuntura, uno dei prin- cipali fattori trainanti dei processi d’internazionalizzazione.

In particolare la prima parte dell’anno ha visto un progressivo in- debolimento degli scambi globali manifatturieri, destinati a cre- scere nel 2019 dell’1,2% in termini di volumi, il livello più basso nell’ultimo decennio dopo quello del 2016. Ancora più marcato il rallentamento a valori correnti in euro (dal 2,9% del 2018 allo 0,3% stimato per l’anno in corso), influenzato da una componente prezzi negativa per via del calo nei corsi delle materie prime. La sostanzia- le omogeneità del trend tra le diverse aree e paesi analizzati all’in- terno del Rapporto suggerisce come, al di là del contributo speci- fico dei singoli (mercati o settori), i fattori di rallentamento siano riconducibili soprattutto a elementi trasversali e di fondo, dal già citato clima di fiducia globale a un più generale nuovo corso intra- preso dalla globalizzazione. Da almeno un decennio, il commercio internazionale ha cambiato faccia con una diminuzione signi- ficativa dell’elasticità degli scambi al PIL e quindi del tasso di sviluppo del commercio internazionale rispetto a quello della produzione mondiale. Inoltre, sono ormai quattro anni che le im- portazioni di manufatti crescono meno della produzione mondiale, lontano dai rapporti più che doppi tra i tassi di variazione delle due variabili che avevano caratterizzato il periodo di massima espan- sione degli scambi.

Non si tratta di un modello necessariamente migliore o peggiore ri- spetto al passato, ma soltanto più articolato nelle sue chiavi di lettura. La prima ha a che fare con il modello di internazionalizzazione per- seguito dalle imprese e il suo riflesso sulle dimensioni degli scambi. Concetti come backshoring remanufacturing sono entrati nel dibat- tito industriale dei paesi avanzati e nelle strategie di localizzazione delle imprese. I risparmi legati a filiere lunghe sono stati in parte rivisitati in favore dei vantaggi di prossimità, sia per quello che riguarda il controllo efficace della catena di fornitura, sia per la capa- cità di lettura dei bisogni del consumatore finale. Tra i nuovi bisogni da soddisfare entra appieno anche una maggiore attenzione verso i luoghi di produzione dei beni e la richiesta alle imprese di tutelare i livelli di attività nei territori d’origine. Un’organizzazione industriale più attenta a questi equilibri si riflette necessariamente sull’intensi- tà e la natura degli scambi internazionali. Se letto raggruppando i prodotti scambiati per fase produttiva, il rallentamento del 2019 appare fortemente condizionato dalla componente più a mon- te delle catene del valore globali e quindi da minor scambi di beni intermedi. I prodotti collegati alla fase di sourcing hanno infatti sperimentato un rallentamento della crescita in volume di oltre 5 punti percentuali, così come intensa è stata la minor crescita delle

importazioni delle prime lavorazioni e delle componenti intermedie (3,4 punti). In controtendenza i cosiddetti beni finali, fase dove pe- raltro l’Italia è più specializzata, che hanno visto una leggera accelerazione1. Conclusioni simili emergono da un’analisi dei flussi d’investimento diretto estero tra paesi, una variabile esclusa dal pe- rimetro d’analisi di questo Rapporto, ma il cui trend discendente nell’ultimo triennio conferma da un’altra angolatura il minor grado di internazionalizzazione dei processi produttivi globali.

Nuove regole per i mercati:

A modificare i tratti caratterizzanti degli scambi globali contribuisco- no ovviamente anche la visione e l’azione dei governi intorno alle regole della globalizzazione con un approccio ai mercati diverso dal passato. Anche in questo caso non si tratta di un’accezione migliore o peggiore, ma più concretamente di un cambio del quadro di fondo in cui le imprese sono chiamate a muoversi. Da un aumento degli scambi generalizzato e sostenuto dalle regole, oggi lo scenario è più selettivo con rapporti di forza tra mercato e governi na– zionali che sono andati modificandosi. La guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina è la rappresentazione più evidente del nuovo corso. Le regole sugli scambi diventano un elemento di una strategia negoziale a tutto tondo, l’occasione per un confronto che va oltre il perimetro ufficiale del tavolo commerciale e si allarga a temi di politica estera, tutela dei diritti di proprietà e traiettorietecnologiche.

Anche i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico hanno vissuto nell’ul- timo anno momenti di difficoltà, dove spesso le questioni commer- ciali (su tutti la vicenda Airbus e successivi dazi compensativi), sono state l’occasione per discutere temi di diversa natura, dal ruolo della NATO e altre questioni geopolitiche, alla regolamentazione antitrust, alla fiscalità cross border.

Sono tutti elementi che rendono il quadro degli scambi assai più in- certo che in passato, e che hanno condizionato la performance del 2019 anche al netto dall’incisività di aumenti tariffari specifici su sin- goli prodotti o mercati. Guardando alla variazione delle importazioni nell’ultimo anno, il dato degli Stati Uniti (in crescita dell’1,5%), nell’im- maginario collettivo l’epicentro della spinta protezionistica globale, non è significativamente difforme dall’andamento degli altri mercati avanzati (1,4% per l’Europa occidentale, 1,8% quello del Giappone). Anche per la Cina, il cui import a prezzi costanti è comunque calato nel 2019, i settori maggiormente penalizzati non sono stati i beni di consumo o quelli interessati dalle rappresaglie tariffarie, ma quelli dei beni d’investimento e degli intermedi, prodotti ben più sensibili al clima di fiducia che alle aliquote doganali.

Accelerazione della crescita nel biennio 2020-2021:

Già dal 2020 gli scambi mondiali nel loro complesso sono attesi po- sitivi e nuovamente in accelerazione rispetto al 2019 (2,4% la previ- sione). Grazie a una crescita più intensa dell’economia mondiale nel suo complesso, il 2021 è previsto in ulteriore miglioramento con una variazione annua delle importazioni mondiali di oltre il 3%. Risulterà certo un livello inferiore ai picchi del passato, dal momento che rimangono validi quei mutamenti osservati nell’organizzazionedella produzione globale e descritti nei precedenti paragrafi. Sarà tuttavia un tasso sufficiente a riportare sopra l’unità il rapporto tra variazione degli scambi e quella del PIL, che è in ultima analisi una delle più immediate cartine di tornasole dello stato di salute del commercio estero e delle prospettive internazionali delle imprese.

Diverse ipotesi di fondo alimentano questo scenario comunque favorevole, che vede per esempio dal punto di vista delle politiche commerciali un impatto più limitato di due importanti fattori pena- lizzanti nel recente passato: le già citate tensioni tra Cina e Stati Uniti e il processo di Brexit. Per entrambi, il quadro di previsione non con- sidera un ritorno al passato e quindi un rientro completo delle mi- nacce. Tuttavia lo scenario centrale del Rapporto, identificato quindi come quello oggi il più probabile, esclude ulteriori drammatizzazio- ni. L’eredità del recente passato continua a gravare sullo scenario, ma nel caso di Stati Uniti e Cina non prevede nuovi significativi innalzamenti del livello di scontro. Analogamente, per le relazioni del Regno Unito con gli ex partner europei le ipotesi adottate sono per una transizione ordinata, dove l’uscita del paese dal mercato unico avverrà senza soluzione di continuità dal punto di vista delle relazioni commerciali: un percorso decisamente meno acci- dentato rispetto al ben più grave scenario di hard Brexit (immediata applicazione di barriere e forte contrazione della domanda interna). Le conseguenze sull’import britannico rimangono nell’immediato negative, soprattutto per via del debole quadro macroeconomico, ma già a partire dal 2021 i flussi esteri verso l’isola sono previsti tor- nare a crescere.

Per gli altri grandi mercati, il prossimo biennio vede un ritorno in fase espansiva dell’import cinese, che offrirà il maggior contributo alla crescita del commercio mondiale in termini di nuove importa- zioni assorbite. C’è anche in questo caso un’ipotesi di fondo alla base dello scenario che non recepisce degenerazioni dell’attuale quadro politico di Hong Kong, oggi sotto pressione per via delle prote- ste di piazza, e che rimane un rischio oggettivo del quadro di previsione.

Gli Stati Uniti costituiranno il secondo mercato per aumento dei livelli di import dal mondo nel prossimo biennio. Per quanto ca- ratterizzati da una domanda rivolta all’estero meno dinamica che in passato (anche in virtù di un deprezzamento del dollaro atteso lungo l’intervallo di tempo considerato), la dimensione assoluta del mer- cato suggerisce in ogni caso una loro centralità nei processi di inter- nazionalizzazione. L’articolazione settoriale delle previsioni mostra poi come per gli Stati Uniti, ma anche nel caso europeo, la crescita della domanda è fortemente condizionata dal contributo della filiera automotive. Già dal 2018, le criticità del settore (protezionismo, con- trollo emissioni e saturazione di alcuni grandi mercati) hanno con- tribuito al rallentamento dell’espansione non solo del commercio internazionale, ma dell’intera economia globale. Anche per il pros- simo anno, il ritmo di crescita atteso del comparto, seppur positivo, rimarrà inferiore a quello degli scambi mondiali. Dal 2021, il ciclo potrà tornare favorevole con la messa in atto di alcune innovazioni (di prodotto soprattutto, ma anche di carattere organizzativo visti i nuovi assetti dei grandi player globali). Questa ripresa si rifletterà anche in stimolo per i settori collegati (dalla metallurgia all’elettro- nica, ai prodotti intermedi) e la domanda dei mercati più esposti sul fronte produttivo, Germania e Giappone in particolare. Per quest’ultimo paese occorre comunque considerare come, al di là del trend di domanda, le opportunità per l’Italia nel prossimo biennio saranno favorite dal prosieguo del processo di liberalizzazione degli scambi bilaterali con l’Unione Europea, in seguito all’accordo di libe- ro scambio entrato in vigore nel 2019. La graduatoria dei mercati a maggior crescita lungo lo scenario prose- gue con paesi di minor dimensioni rispetto al blocco Cina, Stati Uniti ed Europa, ma di sicuro interesse sia per velocità della crescita, sia per le loro prospettive di medio lungo termine. India, Vietnam e paesi dell’Africa subsahariana, in particolare, rappresentano da que- sto punto di vista le destinazioni più attrattive, con tassi a doppia cifra nelle prospettive al 2021. La spinta dell’aumento demografico, la recente apertura delle economie domestiche, l’urbanizzazione crescente rappresentano, anche sotto il profilo dell’internazionalizzazione, alcune delle condizioni abilitanti per uno sviluppo duraturo.

Crescita dell’alimentare oltre le previsioni:

Spunti di opportunità emergono anche attraverso il dettaglio setto- riale delle previsioni. Se l’automotive ha fatto da freno alla crescita del commercio mondiale, dopo averlo tuttavia sostenuto molto in passato, per altri settori il trend si rivela ben più favorevole. Già nel 2019, comparti importanti per la manifattura italiana hanno registrato una crescita dell’import mondiale superiore al dato medio; tra questi sistema moda casa tra i cosiddetti tradizionali, chimica farmaceutica meccanica tra quelli a maggior intensità tecnologica. L’elenco dei settori relativamente più dinamici si allargherà nel 2020 all’alimentare, un comparto il cui livello di internazionalizzazione è trainato anche da dinamiche strutturali, come l’avvicinamento e la contaminazione degli stili di consumo tra i mercati e lo sviluppo di sistemi di conservazione e tracciabilità, sempre più efficaci nel tu- telare contemporaneamente l’integrità del prodotto, le sue caratteristiche organolettiche e la qualità produttiva a monte.

Emerge in sintesi come, al di là dei dati medi, lo scenario del pros- simo biennio contenga al suo interno numerose opportunità per le imprese, una volta selezionati i mercati e i settori a maggior potenziale. Occorre considerare come i tassi di sviluppo attesi per la domanda estera superino poi per le imprese italiane quelli previsti per la domanda interna in tutti i principali settori elencati, confer- mando il ruolo strategico del canale internazionale.

La storia recente dell’internazionalizzazione mostra, peraltro, come il successo dell’Italia sui mercati non sia strettamente dipendente dal tasso di variazione assoluto degli scambi mondiali, quanto dal saper intercettare di volta in volta i segmenti di domanda più conge- niali alle produzioni nazionali. È stato per esempio il caso della Cina, dove l’export italiano è cresciuto oltre la media dei concorrenti non tanto nella fase di maggiore espansione della domanda cinese, quanto dopo una maturazione del processo di sviluppo del paese asiatico, in particolare per i beni di consumo. Un ceto medio emer- gente ha progressivamente raffinato il proprio modello d’acquisto, superando sia il mero soddisfacimento del bisogno, tipico della pri- ma fase di sviluppo, sia la concentrazione acritica su pochi brand del lusso estremo, che spesso caratterizza il primo arricchimento. Oggi il consumatore cinese di Made in Italy è un consumatore assai più sofisticato, con un gusto proprio e che sa prima di tutto valutare e premiare la qualità intrinseca dei beni. Una tale maturazione ha permesso negli ultimi cinque anni un aumento della quota ita- liana, sia all’interno del sistema moda (dal 7,2% del 2013 al 9,1% del 2018) sia nel sistema casadove in particolare nella componen- te arredo il posizionamento delle imprese italiane è pressoché rad- doppiato (dal 10% al 18,8%). Guardando ai settori che potrebbero essere i prossimi beneficiari del processo di trasformazione del mer- cato cinese, ci sono gli altri due pilastri dell’offerta italiana: alimen- tare meccanica, comparti la cui quota di mercato in Cina è rimasta marginale o ha visto un trend calante negli ultimi anni. Per il primo, vale in positivo quanto descritto per gli altri beni di consumo, marimangono i temi di conoscenza e compatibilità con le caratteristiche della dieta mediterranea da rafforzare e valorizzare attraverso fatto- ri quali turismo cinese in Italia, presidio distributivo (anche online) e del canale Horeca. Per la meccanica, il nuovo corso industriale della

Cina può invece rappresentare un’occasione di ripartenza per le im- prese italiane che, dopo una fase di crescita iniziale, negli ultimi anni hanno invece perso peso tra i fornitori esteri. Il passaggio da modelli produttivi incentrati sulle quantità a un approccio più specializzato e a scala ridotta rappresenta per l’Italia un’occasione di rilancio, alla luce di un’offerta tecnologica particolarmente attenta al tema della personalizzazione.

All’interno di un approfondimento dedicato, il Rapporto evidenzia un’ulteriore opportunità legata al rafforzamento del presidio italiano all’estero collegata alla Cina. Questa passa dalla collaborazione industriale tra le imprese dei due paesi in paesi terzi e, più in generale, dalla possibilità per l’Italia di entrare con le proprie specializzazioni premium dove l’offerta mass market cinese ha già fatto da apripista, come nel caso dei mercati africani o di paesi lungo la via della seta.

Si tratta, in questo caso, di trasformare una minaccia apparente, lo strapotere cinese in alcuni mercati, in una possibile opportunità, come l’ingresso complementare dell’Italia in una diversa fase della filiera o in segmenti di maggior qualità dello stesso mercato. Un meccanismo analogo può nascere dalla guerra dei dazi. Se il protezionismo rimane per il commercio internazionale un gioco a somma negativa, ciò non significa che singoli paesi e settori non presentino qualche opportunità dalla rottura di equilibri consolidati, provocata dall’aumento improvviso dei dazi. È una possibilità particolarmente rilevante negli Stati Uniti, un mercato dove già prima della guerra commerciale l’Italia ha sperimentato un miglioramento del proprio presidio, diffuso a tutti i principali settori (alimentare, arredo, meccanica e filiera dei mezzi di trasporto in particolare). Guardando per esempio ai prodotti cinesi interessati dalla prima ondata di dazi dell’amministrazione americana, queste voci doganali valevano nel 2018 quasi 100 miliardi di euro. Immaginando una loro ripartizione tra i produttori non colpiti dalle iniziative di difesa commerciale, il potenziale aggredibile per l’Italia sulla base della sua quota effettiva supererebbe i 3 miliardi, poco meno del 10% delle esportazioni manifatturiere italiane sul mercato. Un ragionamento analogo vale anche nella competizione con i concorrenti europei a seguito dei dazi selettivi e differenziati per paese legati alla vicenda Airbus. Se molto si è detto sui danni per le produzioni nazionali nell’ambito di formaggi e latticini, occorre anche evidenziare i possibili guadagni per altre produzioni. Nel caso del vino per esempio, i dazi compensativi colpiscono Francia e Spagna, i principali concorrenti esteri dell’Italia sul mercato USA con una quota rispettivamente del 34% e 6%. È chiaro che un loro indebolimento competitivo a causa dei maggiori oneri doganali, potrà accelerare l’aumento già in corso della quota italiana, arrivata al 30% nel 2018.

Ambiente e sostenibilità

Oltre che in mercati specifici, opportunità di crescita accelerata per l’Italia sono individuabili all’interno di singoli settori e in particolare in quelle fasce di clientela più recettive ai trend in corso e ai segnali de- boli dei mercati. In tempi di acquisti selettivi, la qualità dei prodotti, l’affidabilità delle forniture, la profondità della relazione con il clienterisultano asset fondamentali e possono rivelarsi elementi strategici nell’intercettare la domanda di quei segmenti più complessi e sofisti- cati, ma anche a miglior marginalità. Un tema sempre più rilevante, e dove le produzioni italiane mostrano già un vantaggio competitivo, è quello della sostenibilità ambientale dei prodotti esportati. Secondo la classificazione CLEG (Combined List of Environmental Goods), le importazioni mondiali dei beni maggiormente collegati all’am- biente2 sono infatti cresciute negli ultimi anni ben più veloce- mente della media del commercio mondiale. All’interno dei set- tori, inoltre, il peso per l’Italia dei beni ambientali è generalmente superiore a quello dei concorrenti europei, così come il livello di ef- ficienza energetica dell’industria manifatturiera nel suo complesso. Si tratta di punti di forza che mettono l’Italia in una posizione di vantaggio nello scenario dei prossimi anni, sia dal punto di vista di una particolare rispondenza alle nuove sensibilità dei consumatori, sia rispetto a una normativa sempre più stringente, almeno per quel che riguarda lo scenario competitivo europeo.
Sempre guardando ai cosiddetti megatrend che attraversano l’eco- nomia globale, è possibile mettere in luce alcune sfide che lo sce- nario rivolge oggi alle imprese italiane e che, se accettate, possono rappresentare un’occasione, indipendentemente dal tasso di cre- scita atteso per il commercio estero a uno o due anni: dalla mo- bilità elettrica che chiama in causa una filiera imprescindibile per la dimensione manifatturiera di un paese, agli investimenti per la digitalizzazione che sono oggi fattori necessari e abilitanti sia per crescere sui mercati (l’e-commerce e lo sfruttamento dei big data i casi più evidenti) sia per favorire l’innovazione dei prodotti (pro- gettazione e stampanti 3d), sia per la tutela degli asset azienda- li (cybersecurity). Si tratta di sfide che prescindono dalle strategie di export in senso stretto, ma che probabilmente possono trovare nell’internazionalizzazione quella massa critica per mettere a si- stema alcuni processi virtuosi già avviati o, in ogni caso attraverso il confronto su standard globali, una guida di riferimento per una trasformazione industriale comunque strategica.

Rischi da gestire, non da evitare

Oltre che dalla forza della domanda estera descritta nel Rapporto, le prospettive dell’export italiano dipendono in sintesi dalle scelte che imprese e Sistema Paese andranno a qualificare lungo lo scenario. Si tratta di un’azione a più dimensioni che comprende lo scouting per la ricerca di mercati e settori più dinamici, accessibili e compatibili all’offerta italiana, ma anche interventi per dotare i protagonisti di strumenti (in primis il capitale umano) che favoriscano il confrontointernazionale. Tra questi c’è anche la diffusione all’interno delle imprese di una cultura del rischio, intesa come un monitoraggio attento degli eventi e la messa in campo di strategie di prevenzione e di governo di quelli avversi. Come l’ultimo anno è stato caratteriz- zato da criticità specifiche di alcuni mercati, infatti, così lo scenario è costruito intorno a possibili rischi politici ed economici la cui dram- matizzazione avrebbe necessariamente un impatto sulle opportuni- tà internazionali delle imprese: dalla gestione della Brexit, alle nuove puntate dello scontro tra Stati Uniti e Cina, agli effetti delle proteste ad Hong Kong sui canali logistici dell’Asia, alla volatilità dei mercati finanziari.

È importante ricordare che non si tratta di fattori disincentivanti a priori per l’avventura internazionale. Così come per i rischi finanzia- ri esistono infatti strumenti di copertura, per gli altri occorre una gestione attiva delle possibili conseguenze. La loro realizzazione può rappresentare anche un’occasione di rottura; un reset competitivo da cui le imprese italiane possono trovare spunti, perché attrezzate rispetto al nuovo corso della globalizzazione più volatile e selettivo, ma sempre centrale in chiave di sviluppo e crescita, per le imprese e soprattutto per l’Italia.