Intervista con Clara Mazzanti, autrice del libro ‘Venga con noi’ e finalista del concorso Un Certain Regard – Mediolanum

Expo Magazine incontra Clara Mazzanti, autrice del romanzo autobiografico “Venga con noi”, finalista e vincitrice del terzo posto in classifica del concorso Un Certain Regard, Mediolanum.

A proposito di ‘Venga con noi’. Il libro narra in modo appassionante e rivelatorio le vicende giudiziarie di una giovane ragazza di 22 anni, arrestata e processata per strage come possibile esecutrice di uno dei noti
attentati del 1969, per cui fu erroneamente seguita la pista anarchica. Detenuta in carcere per 18 mesi prima di essere riconosciuta innocente, Clara Mazzanti, ben 50 anni dopo ha trovato il coraggio di raccontare i personaggi e le personalità coinvolte nella vicenda oltre ad aprire una importante finestra sul mondo della carcerazione femminile negli anni ’70 che documenta con dettaglio di cronaca. Un libro coinvolgente, capace di raccontare con schiettezza un periodo storico essenziale dell’Italia moderna.
Il libro è alla sua Seconda Edizione.

Venga con noi
Edito da Edizioni Colibrì
ISBN 978889726613
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Per richiedere all’editore: COLIBRI2000@LIBERO.IT

Venga con noi è finalista e Terzo classificato del concorso letterario Un Certain Regard, Mediolanum.

A proposito di “Venga con noi”, che cosa l’ha spinta a voler raccontare un’esperienza personale così intima e difficile?

Due ragioni mi hanno spinto a raccontare la vicenda narrata nel libro. La prima è stata la necessità di liberarmi di un fardello che portavo da 50 anni: per mezzo secolo ho cercato di occultare la vicenda che mi aveva visto protagonista, per la vergogna e per le difficoltà che poteva crearmi nel paese in cui vivevo. Una volta uscita dal mondo del lavoro, ho potuto vuotare il sacco. La seconda è stata la necessità di dare la mia versione dei fatti, corroborata da documenti e testimonianze. La vicenda, infatti, destò un clamore enorme all’epoca, ma fu quasi dimenticata dopo Piazza Fontana, pur costituendo un importantissimo tassello della storia degli anni del terrore in Italia.

Comunicazione di inizio processo per Clara Mazzanti e il compagno, Giuseppe Norscia (imputazione: strage) e per l’editore Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega, imputati per falsa testimonianza.

Che cosa ha provato al momento dell’arresto?

Durante il fermo nella Questura di Milano e l’interrogatorio da parte della squadra del Commissario Calabresi, che precedettero di qualche mese l’arresto, provai dapprima inquietudine e poi paura, indotta dall’atmosfera che si respirava in quegli uffici, dai rumori, dalle voci, dagli urli di altri fermati.  Al momento dell’arresto vero e proprio, senza conoscerne il motivo, provai incredulità e sgomento, perché pensavo di aver già chiarito la mia posizione, rispondendo a tutte le domande degli inquirenti in modo esauriente, benché fossi molto spaventata. Quando seppi, già in carcere, che ero accusata di strage provai terrore, perché la pena prevista era l’ergastolo. Senza considerare che negli stessi uffici della questura dov’ero stata interrogata morì, in maniera non accidentale, l’anarchico Pino Pinelli, come narra anche Dario Fo. 

Clara con i genitori, Ugo Mazzanti e Luisa Buonaguidi, durante una pausa del processo. La foto è incorniciata in un articolo in cui si parla di un possibile coinvolgimento dei servizi segreti greci” La Stampa, 7 maggio 1971

Può raccontarci, se dovesse sintetizzare in due parole, l’atmosfera generale del carcere?

Assolutamente disumana. Anche se molti si soffermano sulla parte relativa agli attentati e alla strategia del terrore, quella del libro è la prima testimonianza diretta sulle condizioni delle detenute in un carcere femminile italiano tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. 

Delle personalità che ha incontrato quale l’ha più coinvolta?

Impossibile citarne solo una. In senso letterale, chi mi ha coinvolto nella vicenda, senza alcun fondamento oggettivo, ma solo sulla base delle farneticazioni di una superteste mitomane, fu il giudice istruttore Antonio Amati, guidato da cieco pregiudizio e non solo. Riguardo al carcere, conservo un ricordo significativo soprattutto delle suore di Carità, in particolare di Suor Giulia, che riuscì a penetrare nel mio cuore e nella mia mente, pur essendo io atea. Tra le carcerate la personalità di spicco, cui era assegnato un ruolo importante, che la distingueva tra le altre, era una ‘vedova nera’ che aveva ucciso il marito, con l’aiuto del giovane amante, in maniera così grottesca da finire su tutte le cronache dell’epoca. Con lei ebbi una feroce discussione poco dopo essere entrata in carcere. Dal punto di vista processuale, conservo un ricordo indelebile del Pubblico Ministero, che rappresentava l’accusa, il Dott. Antonino Scopelliti. A lui va il merito di aver compreso l’intricata situazione e di aver messo in atto, paradossalmente, la migliore difesa possibile. Dal punto di vista personale, il giornalista Enzo Tortora, inviato del quotidiano “La Nazione”, che cambiò idea durante il processo e non ebbe timore a scriverlo. Da lui fui invitata a cena la sera stessa della scarcerazione. Accomunati, questi gli ultimi due, da una tragica fine, l’uno ucciso per mano di mafia e l’altro ucciso per mano di malagiustizia. Importantissimo non dimenticare Pietro Valpreda, testimone al mio processo, incarcerato innocente per la strage di Piazza Fontana.

Può raccontarci il ‘lato umano’ che si instaura fra le carcerate?

Purtroppo, non ho trovato un lato umano in senso stretto. Ho trovato, fra le carcerate, una solidarietà opportunistica e di convenienza, dettata dalla necessità di sopravvivere in quelle pessime condizioni di cattività. Queste condizioni, nella sostanza, non sono cambiate.

Corridoio del piano terra del carcere di San Vittore negli anni 70, dove Clara Mazzanti restò per 18 mesi. Al piano terra erano ospitate le detenute condannate per reati gravi, principalmente uxoricidio e infanticidio

Oggi, qual è la sua opinione sulla giustizia italiana?

La esprimo così nel libro, in epigrafe:

“ a tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno pronunciato le parole «ho fiducia nella giustizia», augurando loro di non doverla provare mai, questa giustizia”

Enzo Tortora viene insultato e minacciato di morte durante il processo di Clara Mazzanti, che lui seguiva come inviato de La Nazione“. La Nazione, 25 marzo 1971

Per quale motivo lei crede il suo romanzo abbia vinto le prime classifiche, che cosa pensa sia piaciuto ai lettori? 

Non so di preciso, ma posso ipotizzare che sia stata apprezzata la narrazione di una storia vera, nuda e cruda, senza risvolti romanzeschi.

Che cosa porta diventare scrittori?

E’ molto impegnativo, specialmente alla mia età, ed assorbe molto del proprio tempo. Nell’ambito della piccola editoria, poi, che non dispone di una rete di distribuzione capillare e su larga scala, la possibilità di far conoscere il proprio libro è strettamente legata all’iniziativa e allo sforzo dell’autore, che si fa carico della promozione dell’opera. A questo proposito, chi avesse difficoltà a reperire il libro può segnalarlo a: vengaconnoi@gmail.com

Quanto tempo occorre per scrivere un libro?

Credo che non si possa definire una regola precisa, perché dipende da molti fattori, specialmente per chi non fa lo scrittore di mestiere. Occorre ritagliarsi il tempo tra un impegno e l’altro ed ogni volta ricollegare i fili dei ragionamenti e delle emozioni. Una fatica enorme.

Uno scrittore ha uno sguardo particolare sulle cose e sulle vicende?

Penso proprio di sì. In generale, sa cogliere ciò che non è visibile, sa ascoltare anche ciò che non viene detto,  sa percepire e filtrare sentimenti ed emozioni, sa intuire e rendersi interprete e partecipe. In quale misura, poi, dipende dalla sensibilità individuale.

Pietro Valpreda (sopra), incarcerato innocente per la strage di Piazza Fontana e Licia Pinelli (sotto), moglie dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che l’autrice di ‘Venga con noi’ ritiene morto NON accidentalmente nei locali della Questura di Milano, depongono al processo che vede imputata Clara Mazzanti“. La Nazione, 8 aprile 1971 (sopra) e Il Giorno, 5 maggio 1971 (sotto)

Cosa pensa delle nuove tecniche di pubblicazione, sono un vantaggio per gli scrittori?

Ne sono convinta, perché permette agli esordenti che non abbiano contatti di far conoscere la propria opera. Mi sono infatti resa conto che, o sei già nell’ambiente in qualche modo ed hai conoscenze, oppure, se non sei nessuno, è probabile che tu rimanga nessuno.  

Vorrebbe darci una definizione di opera letteraria, letteratura?

L’opera letteraria è, secondo me, quella capace di rappresentare la sintesi di un insieme di azioni e sentimenti, di vicende che si snodano fra gli incontri e gli scontri, fra il positivo e il negativo degli esseri umani. Ogni opera letteraria è una finestra sul mondo e appartiene ad un immenso, infinito mosaico in divenire,  con  cui gli uomini, protagonisti e scrittori, lasceranno un  segno nella storia.

Clara Mazzanti, in primo piano, con gli altri 5 imputati per gli attentati del 1969 precedenti a Piazza Fontana, durante il processo, nel 1971” – Il Giorno, 5 maggio 1971

Vuole parlarci del suo linguaggio, del suo stile?

Quando testimoniai al processo, un giornalista scrisse che ero “faconda come tutte le toscane”. Credo che il mio linguaggio ed il mio stile nascano da due ingredienti miscelati fra loro: i miei studi classici, che mi hanno dato il compiacimento ed il gusto per la lingua, che ti porta a scrivere e riscrivere un pezzo per trovare la forma più chiara, senza improvvisare; lo stile sanguigno, mordace e irriverente forse tipico del toscano. 

Come scrive un romanzo, di getto oppure lo prepara a poco a poco?

Nel mio caso si tratta di un’opera prima: c’era una storia ben precisa ma molto complicata da raccontare. Avevo quindi in mente lo scheletro del susseguirsi delle vicende, avendole vissute. La fatica maggiore è stata la ricerca documentale, con cui ho corredato quelle vicende con dovizia di particolari, per dare loro un’impronta storica nell’ambito dell’opera autobiografica.

Il pubblico ministero del processo Antonino Scopelliti, che sarà ucciso dalla mafia nel 1991“. La Stampa, 15 maggio 1971

Quale la difficoltà più grande che ha incontrato come scrittrice?

Le difficoltà più grandi sono state due, a pari merito: la prima, personale, data dalla sofferenza acuta provocata dal rivivere la vicenda, per tutto il lungo periodo impiegato a scrivere il libro: la seconda, data dalla difficoltà, non avendo conoscenze nel settore, di trovare un editore che mi pubblicasse senza chiedermi soldi. Ho imparato che chiedere alle case editrici, anche alle minori che spesso si definiscono indipendenti, la pubblicazione di un libro è una cosa spesso umiliante (basta leggere cosa alcune case editrici scrivono sul loro sito, indirizzate ai cosiddetti “scrittori esordienti” ed il tono con cui lo fanno). Le grandi case editrici ricevono un volume enorme di materiale: difficile essere notati senza segnalazioni dirette. L’editore Renato Varani (Colibrì-Milano) si è interessato a me grazie ad un autore che, conoscendo la vicenda ed avendo già  pubblicato con lui, mi ha fornito il contatto diretto. Tanto per rendersi conto, il libro era finito nell’agosto 2018, mese dal quale ho iniziato ad inviare l’opera alle case editrici, a tappeto, ma  la prima pubblicazione è datata novembre 2019, appena in tempo per il cinquantenario degli eventi narrati. 

Le prossime opere, cosa può anticiparci?

Come si è capito, sono una scrittrice per caso, tuttavia ho scoperto che scrivere mi piace e mi appaga, per cui sto lavorando ad un altro pezzo di stampo autobiografico, che tocca, agganciandosi ad alcuni miei antenati, diversi periodi e fenomeni storici, dall’emigrazione in America dei braccianti alla prima e seconda guerra mondiale, all’esodo dalle campagne nel dopoguerra dei giovani in favore di un lavoro nelle fabbriche o in proprio nelle grandi città,  all’esigenza di far poi studiare i figli per elevarli socialmente, approfondendo, con un taglio personale, le inquietudini sociali e di lotta di classe, fino agli scontri del  ’68. Spero di farcela.

Dalla quarta di copertina del libro Venga con noi

Aprile 1969, Clara Mazzanti, ventidue anni, viene prelevata dalla casa
dove viveva, a Viareggio, portata all’Ufficio Politico della Questura di
Milano e interrogata dal Commissario Calabresi e dalla sua squadra.
Novembre 1969, viene arrestata e rinchiusa nel carcere milanese di
San Vittore con il suo compagno, Giuseppe Norscia. La chiave che
gira nella serratura della cella segna l’inizio del racconto autobiografico,
incentrato sulla tragedia di chi si trova a passare, da innocente, 18
mesi della propria vita in carcere. L’illusione che si fosse trattato di un
equivoco si dissolve velocemente.
Viene processata per strage come possibile esecutrice di uno degli
attentati dinamitardi avvenuti nel 1969. Il processo vede incriminati,
a diverso titolo, ma tutti per strage, Norscia, gli anarchici Tito
Pulsinelli, Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Pietro Della
Savia; Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega sono
accusati di falsa testimonianza.
I personaggi di questa storia sono tanti, il giudice Antonio Amati
(ritratto in copertina) è il consigliere istruttore dell’inchiesta,
Antonino Scopelliti è il pubblico ministero (morirà per mano della
mafia nel 1991), Enzo Tortora il giornalista che segue più da vicino
le vicende di Clara Mazzanti (resterà incredibilmente vittima di
un analogo tritacarne giudiziario) e tanti altri.
Nella sezione femminile del carcere di San Vittore Clara prende gradualmente
coscienza delle dinamiche e della condizione delle detenute,
documentando un’epoca che precede le prime vere cronache
sulle donne carcerate e ci rende partecipi, oltre che del suo calvario, di
uno spaccato della società e dei costumi dell’Italia degli anni ’50 e ’60.

Clara Mazzanti è nata nel 1947 ad Altopascio, comune della provincia di Lucca, in cui vive. Si è diplomata al liceo classico Machiavelli di Lucca, iscrivendosi poi alla facoltà di Lettere Classiche a Firenze.
La studentessa Clara verrà travolta da una vicenda giudiziaria di rilevanza nazionale e non solo.
In questo suo lavoro ha trovato il coraggio di, come lei è solita dire, “sputare il rospo”, dopo una vita passata cercando di nascondere i suoi trascorsi e tentare, inutilmente, di rimuoverli.
La stesura di questo libro è stata un’impresa dura, costata dieci anni di ricerche, di centinaia di documenti e fonti da esaminare, di appunti, di ricordi ormai avvolti dalla crosta del tempo, da districare, liberare e reinterpretare per metterli finalmente nero su bianco. Cinquant’anni dopo.