Intervista con Giovanni Ardemagni, autore del romanzo ‘Un momento fa, forse’ e finalista del concorso Un Certain Regard – Mediolanum

Expo Magazine incontra Giovanni Ardemagni, autore del romanzo “Un Momento fa, forse”, finalista e vincitore del secondo posto in classifica del concorso Mediolanum – Un Certain Regard.

A proposito di ‘Un momento fa, forse’. Giovanni Ardemagni ha scritto un romanzo interessante e con una certa raffinatezza di stile. In aggiunta il romanzo merita di essere letto perché racconta un tema delicato e decisamente contemporaneo, che tra l’altro ben si potrebbe vedere anche sul grande schermo. In una Zurigo frenetica, il tempo si ferma, un momento fa, forse. Due amici vengono licenziati dalla loro azienda a 50 anni. Questo momento drammatico nella vita di un essere umano, permette all’autore di far luce su due aspetti importanti: da un lato il cammino personale di un individuo verso la propria realizzazione e dall’altro una società fragile, se vogliamo superficiale, che non riesce ad offrire sogni adeguati all’importanza dell’uomo e delle proprie aspirazioni. Inizia così un percorso personale attraverso la vita che porterà a situazioni sorprendenti.

Un momento fa, forse
Edito da Pegasus Edition
ISBN 9788872110997
Acquista qui su Amazon

Un momento fa, forse è finalista e Secondo classificato del concorso letterario MediolanumUn Certain Regard.

Giovanni Ardemagni

“Un momento fa, forse”, che cosa ha ispirato questo romanzo e c’è dietro un’esperienza personale?

Si, tutto nasce dalla necessità di urlare al mondo ciò che è successo. Non tanto a me ma tutti coloro che perdono il lavoro dopo i 50 anni e cosa potrebbe succedere ad alcune di queste persone.

Per quanto mi riguarda posso solo dire che mia moglie, dopo averlo letto, è venuta da me mi ha stretto forte e mi ha detto “scusa non avevo capito.”

Per quale motivo lei crede il suo romanzo abbia vinto le prime classifiche, che cosa pensa sia piaciuto ai lettori? 

Credo che il lettore sia stato conquistato dalla mia volontà di narrare le emozioni senza commentarle e di raccontare una cosa con un linguaggio semplice, scorrevole, vero. Alcuni lettori che mi hanno contattato mi hanno addirittura ringraziato per aver fatto in modo che le nostre anime si parlassero (che pelle d’oca quando m’hanno detto queste cose). Non da ultimo perché l’argomento trattato, seppur poco evidenziato nella quotidianità, è comunque un tema sociale di una certa importanza. Perché hanno capito che è una storia vera (eccezione fatta per un passaggio che mi sono inventato di sana pianta perché avrei voluto che succedesse davvero.

Che cosa porta a diventare scrittori?

Il voler condividere i nostri silenzi. 

Quanto tempo occorre per scrivere un libro?

Un giorno, un mese, dieci anni, una vita. Non credo si possa parlare di quanto tempo perché scrivere non ha un obiettivo di raggiungere il “e vissero felici e contenti” entro un tempo preciso. Prima di darlo in mano a un editor che poi correggerà tutto l’impossibile oltre all’evidente, può passare tanto tempo perché le emozioni non hanno una vita temporale. Se ho emozioni forti che devo esprimere subito sono capace di scrivere un libro in due giorni (non il Pendolo di Foucault o il codice Da Vinci ovviamente). Io so solamente che quando sento di avvicinarmi alla fine di ciò che voglio narrare, saluto mia moglie e mi rintano in piccolo posto tutto mio (che prendo in affitto) a strapiombo sul mare e ci passo quei giorni necessari, senza vedere nessuno con a disposizione il poco che serve.

Uno scrittore ha uno sguardo particolare sulle cose e sulle vicende?

Si, assolutamente sì, è molto attento. Sviluppa quel dono (che appartiene molto all’esser donna) che si chiama curiosità. Guarda, osserva, racconta ma non commenta. Se inizia a commentare rischia di buttarsi in una bella sfida che naviga tra lo scrivere un saggio e uno scagliarsi contro il mondo filosofico.

Cosa pensa delle nuove tecniche di pubblicazione, sono un vantaggio per gli scrittori?

Se intendete la pubblicazione E-book, Io ho condiviso con il mio editore di aver solo la forma cartacea. Non potrei mai stare senza l’odore delle pagine di un libro. Perché quando vai in libreria o in biblioteca è il libro che trova te non te lui.  Non so se ho risposto alla domanda o se ho veramente capito la domanda.

Poi il mondo evolve sempre e quindi perché non cercare di capire e provare cosa c’è di nuovo. E come la scoperta di un buon piatto di pasta ma con un sugo che non avevi mai gustato prima e di cui ignoravi l’esistenza.

Vorrebbe darci una definizione di opera letteraria, letteratura?

Tempo fa lessi che un quadro non è un’opera d’arte. Lo è solo quado un quadro è fatto bene.

Credo che valga anche come risposta alla vostra domanda, Aggiungerei che io lo considero un’opera letteraria quando lo scrittore è entrato in comunicazione, vera, con il lettore lasciando una traccia che il lettore vorrà subito condividere con qualcun altro. 

Giovanni Ardemagni a Locarno

Vuole parlarci del suo linguaggio, del suo stile?

Come detto pocanzi, io cerco di essere semplice, di raccontare ciò che sento, ciò che mi emoziona ma senza commentare. Lascio che sia il lettore a farlo.  Il mio romanzo “un momento fa, forse, è stato scritto tutto in prima persona presente, rendendo non me, ma bensì il mio collega amico Marcel, protagonista del romanzo stesso.  È stata una sfida perché spesso gli editori non hanno piacere di pubblicare qualcosa scritto in prima persona presente, perché dicono sia difficile.  Io lo uso come stile mio perché sono lì in quel momento che non voglio diventi velocemente un momento fa, forse.

Questo romanzo nasce da una esigenza particolare?

Assolutamente sì! Raccontare cosa è successo e dall’esigenza di rendere il mio romanzo uno strumento per sensibilizzare la gente su questo tema, così spesso dimenticato, così tanto evitato e fa così tanto male come il licenziamento delle persone di oltre 50 anni.  Io cercherò di organizzare più presentazioni possibili. Di far conoscere questo tema.

Vuole spiegarci in due parole il romanzo che ha vinto la seconda posizione nella nostra classifica?

È storia di un’amicizia nata tra due collegi, che lavorano in sedi della stessa azienda, lontane fra di esse, Lavorano e si vedono solo occasionalmente durante 20 anni di lavoro. Un’amicizia che scocca all’improvviso, durante una sola giornata passata al mercato dell’antiquariato sui navigli di Milano. È una storia di un amore intimo tra un uomo solitario e una prostituta (lei dice che lui l’ha cercata nella scatola dei cerini, e l’ha trasformata in una candela che si accende e si spegne sempre, grazie a un solo soffio). È la storia di libero arbitrio davanti a situazioni pazzesche che non dovrebbero esistere. E tutto ruota attorno al licenziamento di persone di età superiore ai 50 anni.

Da dove trae ispirazione per i suoi romanzi?

Da ciò che vivo, che vedo, che mi emoziona, che mi non mi fa dormire.

Come scrive un romanzo, di getto oppure lo prepara a poco a poco?

Come detto, dipende da cosa penso di voler narrare, dalle prime pagine, se mi stanno prendendo o se dopo aver letto le prime righe mi irrito e mi dico che non vale nulla. Comunque, è un tema davvero molto ampio. Non vorrei annoiarvi ma sarebbe un discorso lungi lungo.

Ci vuole raccontare chi è lei e un poco della sua vita?

61 anni, sposato tre volte perché io ci credo. Due figli. Nonno. Sempre pronto alla sfida. Peter pan sempre. Sognatore sempre. Ho sposato mia moglie anche perché ho capito che mentre io cercavo di fare il palloncino colorato che vola in cielo, le mi teneva davvero a terra. Anzi mi tiene a terra

Nasco e cresco in Svizzera (in un paesino che sa ancora di contrabbando) ma ben presto parto per l’estero per studiare lingue (altrimenti costretto a diventare medico o ufficiale dell’esercito). Da 5 anni abito in Italia dove comunque ho le mie origini. Provincia di Varese.  Amo scrivere, leggere, fotografare, ascoltare i passanti. Amo il cinema. Amo chi sa di vero. Come il mare. Come la musica. Come una donna che sa di donna.

Nasco come traduttore da tedesco, inglese e francese verso italiano.  Tuttavia, passo la mia vita nel mondo del corriere espresso, come dirigente. In Svizzera e in altri stati europei. A Milano come amministratore delegato di Poste Svizzere.

Con due grandi progetti nella testa: Creare una fiera dello scrittore senza editore perché c’è tanta gente che scrive bene e per un milione di motivi diversi non ha la forza, la fortuna di farsi leggere. Una fiera dove possono presentare i loro viaggi letterari e parlare con gli addetti ai lavori. 

Il secondo è poter portare una compagnia teatrale marchigiana, che rappresenta spesso l’inferno di Dante nelle grotte di Camerano, in Svizzera dove di cultura ce n’è tanto bisogno. Così tanto per, …. ricordatevi che l’orologio a Cucù (germanico) e il cioccolato (gli svizzeri hanno inventato la tavoletta) non sono svizzeri ma gli svizzeri li hanno fatti diventare svizzeri, come i soldi di altri. E qui non è questione di cultura.

Quale la difficoltà più grande che ha incontrato come scrittore?

Quello di non essere uno scrittore ma un autore, di voler a tutti i costi diventare uno scrittore.  

Lo scrittore vive di scrittura, con tutte le difficoltà del caso, costi quel che costi. L’autore regala sprazzi di tempo per la scrittura. Il voler diventare scrittore ti crea delle difficoltà che sono così nascoste, pronte ad assalirti per farti passare la voglia. Gli autori spesso raccontano del loro mondo, spesso professionale. Gli scrittori spaziano in diversi generi, si confrontano con narrativa, poesia, eccetera. Difficile avere sempre quella voglia che a me non passerà mai. E il termine mai è molto pericoloso per me.  

Le prossime opere, cosa può anticiparci?

Sì, sto lavorando sulla continuazione di un momento fa forse. Questa volta non sarà una storia vera ma tutta di fantasia. Mi sto divertendo davvero molto e certi passaggi sono scritti a quattro mani ma con persone che sanno di cosa scrivono. Un’investigatrice privata, Un avvocato di Zurigo e una specialista di stanze sensoriali. 

Contemporaneamente sto riscrivendo il mio primo romanzo “Il camaleonte equilibrista, osteria con alloggio” perché il nome dei personaggi hanno creato qualche difficoltà a molti.  A molti ai quali mi sono preso la briga di spiegare e mi sono preso il tempo.  Tra il primo e questo sono stati presentati altri lavori che hanno avuto il loro piccolo spazio.

Posso dirvi qual è il mio sogno: sia per il camaleonte sia per un momento fa forse, capire se possano aver un futuro sul grande o sul piccolo schermo. Io ci credo.  Ma adesso che l’ho detto arrossisco. Urca!